13 maggio 2012

Post mortem

Post mortem si rivela subito come un film autoriale sino al midollo, nella sua apparente scarnificazione rappresentativa e dialogica, grazie all'attore feticcio di Larrain, Alfredo Castro, già visto nel notevole Tony Manero, che qui dimostra ancora una volta di essere figura attoriale emblematica e in questo caso fantasmatica nel suo aggirarsi per le strade di una capitale agli albori di una rivoluzione che ne cambierà le sorti e anche quelle della sua esistenza sinora piatta e anonima, come il suo lavoro di spettatore obituariale.
Post mortem è un film che nella sua icasticità riesce a trasmettere un senso di angosciante attesa e oppressione, stante un'aspettativa costante e una progressiva realizzazione di eventi che ne costituiscono il corollario e il fulcro attorno cui si realizza il percorso umano del suo protagonista, figura apparentemente estranea alla vita, come il suo stesso lavoro dimostra, che gravita silensiosamente e inattivamente attorno ad una figura femminile agognata, appartenente ad un mondo di finzione, ben lontano da quello reale in cui si ritrova immerso, ma senza averne piena cognizione.
Coscienza e agnizione che un evento preciso gli permetterà di acquisire traformandolo in un individuo apparentemente più consapevole, sino ad una scelta terminale che non lascerà indifferente lo spettatore, come il resto di questo film esso stesso fantasma cinematografico della distribuzione nelle sale.

Cesare deve morire

Dovrebbe far riflettere il fatto che un film come quello dei Taviani, ben poco innovativo, classico per non dire vetusto e passatista nella sua impostazione metateatrale, alla fine risulta essere uno dei migliori film di questa stagione e del nostro cinema, tanto da essere premiato al festival di Berlino, per quanto i festival possano costituire un vero faro nel mercato e nelle tendenze di questa forma d'arte.
Ad ogni modo, grande merito agli attori, apparentemente non professionisti che rievocano un cinema di stampo pasoliniano, elemento connotativo che potrebbe già far storcere il naso ad alcuni, ma la costruzione dei quadri scenografici in cui si inserisce l'evoluzione narrativa della rappresentazione teatrale, virata in un bianco e nero espressionista, che rappresenta un altro elemento stilistico di maniera, contrapposto al colore della rappresentazione scenica finale nel teatro del carcere, momento in cui la battaglia entra nel vivo sino alla conclusione del dramma teatrale, dona forza a questo film che a suo modo affascina nonostante il manierismo di cui pare ammantarsi, ma che ci dimostra come due registi come i Taviani siano ancora i soli a riuscire a realizzare un'opera che ci porta a riflettere sul cinema in quanto tale e ad affascinare l'occhio spettatoriale dei cinefili, orfani di opere che nelle sale riescano a restituire emozioni e pulsioni, che sembrano sempre più guardare al rassicurante passato narrativo e filmico, perché quello attuale pare poco stimolante.

07 maggio 2012

17 ragazze

L'aspetto che più costringe a guardare con fare dubbioso questo film è la scelta di scrivere un'opera di finzione partendo da un fatto di cronaca d'oltreoceano, stranamente sfuggito all'attenzione e allo sfruttamento cinematografico americano, per essere assorbito dalla sensibilità d'oltralpe, che avrebbe potuto essere oggetto di un più efficace sguardo documentario. Genere quest'ultimo che avrebbe trovato terreno fertile nella narrazione di simile vicenda ed evitato forse presunzioni di fondo e attribuzioni di idee ed entusiasmi alle sue protagoniste, che seppur costringono il mondo degli adulti a porsi delle domande in merito, paiono trovare solo nella protagonista principale, rispetto alle altre compagne, sinceri dubbi e paure, che si dissolvono con estrema semplicità dietro ad un impeto dell'adolescenza che le porterà a perdersi e a non comprendersi del tutto.
Comprensione che sfugge anche al sottoscritto nel non riuscire a condividere completamente lo sguardo delle autrici e la drammaturgia messa in scena, che solo in alcuni momenti pare avere una sua efficacia di sguardo nel cogliere, non solo la desolazione e il decadimento di un luogo e di una geografia, ma anche gli entusiasmi di un'età ancora acerba in cui le figure maschili appaiono più che mai per quello che sono rispetto alle loro coetanee, immature e incapaci di comprendere appieno le scelte delle proprie coetanee.

16 aprile 2012

Polisse

La scelta di voler raccontare attraverso le immagini di un film le vicende della sezione di polizia francese dedita a combattere i crimini contro l'infanzia, si presentava decisamente ardua ed è stata molto apprezzata dai critici e dal festival di Cannes, ma questa enfasi si scontra con una rappresentazione che si rivela invero superficiale e inadeguata.
L'idea della regista testimone, all'inizio silente più per vezzo che per vero rispetto del lavoro svolto dagli altri, appare subito pretestuoso e la stessa protagonista, ricca e insoddisfatta del proprio ambiguo rapporto con il padre delle proprie figlie, non riesce a riscattare uno sguardo intellettuale non condivisibile che irrita per la propria posizione di comodo, incapace di trovare delle veritiere giustificazioni al suo modo di essere e di porsi.
Anche la rappresentazione dei poliziotti, visti nella loro umana quotidianità, fatta di difficoltà relazionali che riguardano il loro privato, riflettendosi inevitabilmente sul lavoro, appare artefatta, quasi fosse un episodio televisivo infarcito di luoghi comuni ed emozioni che spesso irritano piuttosto che coinvolgere lo spettatore.
Polisse vorrebbe riflettere uno sguardo discreto e rispettoso di aspetti assai delicati, ma si dimostra invece inadeguato nella sua analisi e nella sua osservazione per i motivi sopra detti.
Il facile entusiasmo riservato a simili film dimostra come ci si accontenti facilmente di rappresentazioni che si ammantano di una presunta sensibilità di sguardo, ma che dimostrano invece l'artificio che li sostiene e la necessità di vedere messe in scena situazioni che meriterebbero ben altro rispetto e sensibilità da parte di chi vuole raccontarli o meglio, anche più semplicemente un'analisi più approfondita delle psicologie, senza per questo ricadere in stereotipi o soluzioni che nella loro messa in scena si dimostrano troppo pensate e costruite a tavolino.